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5G, gara da un miliardo per le Forze di polizia: ammesse anche le cinesi Huawei e Zte

di Marco Ludovico

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(Afp)

Il caso finisce in Parlamento con un’interrogazione del Pd. Il ministro dell’Interno Lamorgese: procedure sotto controllo

26 maggio 2021
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4' di lettura

I rischi delle tecnologie cinesi legati al 5G finiscono di nuovo in Parlamento. Il caso stavolta è concreto: una gara d’appalto del ministero dell’Interno per sistemi di telecomunicazioni destinati alle forze di polizia. Valore complessivo, circa un miliardo di euro. Siamo ormai agli sgoccioli del procedimento. «Le offerte devono essere presentate entro il 28 maggio, mentre la procedura di aggiudicazione della prima tranche - si legge nell’interrogazione Pd firmata tra gli altri da Alberto Pagani ed Enrico Borghi (Pd) - con un valore stimato dell’appalto di oltre 133 milioni di euro si aprirà a inizio giugno».

Grandi volumi di utilizzo

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Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri, Guardia di Finanza e Polizia Penitenziaria sono destinatarie di un sistema «per la gestione e l’implementazione della rete 4G - e per le sue evoluzioni quali ad esempio il 5G» scrivono i parlamentari dem. È prevista anche la fornitura di tablet, smartphone, accessori per Encoder Video HD, e di «sim abilitate al traffico dati che consentano la fruizione dei servizi di comunicazione e di connettività» nonché la fornitura di «servizi di videosorveglianza in mobilità» e «servizi di accesso alle banche dati». Sono undici le province interessate: Bari, Belluno, Bologna, Cagliari, Catania, Milano, Napoli, Padova, Palermo, Roma, Torino.

I rischi e i dubbi sollevati

I principali provider cinesi in campo, Huawei e Zte, non sono stati esclusi, ma non ci sono norme oggi per poterlo fare. I grandi operatori delle telecomunicazioni in Italia si appoggiano comunque a loro, sia pure in percentuali variabili, anche se c’è un processo di revisione in corso. A Washington invece sono stati messi al bando dal governo americano. «Nei giorni scorsi gli Stati Uniti hanno adottato una norma che impedisce al governo federale di affidare ad alcuni fornitori cinesi la componentistica di questa natura, appunto per problemi di sicurezza» ha sottolineato Pagani in aula. Il Copasir (comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica) già nel dicembre 2019 aveva detto: «Le tecnologie cinesi sono un pericolo per la sicurezza nazionale». E sottolineato le «fondate le preoccupazioni circa l’ingresso delle aziende cinesi nelle attività di installazione, configurazione e mantenimento delle infrastrutture delle reti 5G».

Il caso del Viminale

Il bando di gara al ministero dell’Interno-dipartimento di Pubblica sicurezza, di certo inattaccabile sul piano formale, diventa a questo punto l’occasione politica per valutare nel governo presieduto da Mario Draghi, di convinta fede atlantista, la necessità di fronteggiare scenari del genere. Già in parte emersi, i casi di appalti di videosorveglianza a tecnologia cinese sono diversi. «Abbiamo tra le altre la questione dei termo-scanner acquistati da Palazzo Chigi e il tema delle telecamere con riconoscimento facciale nella Tv di Stato» ricorda Borghi. Destano poi sospetti gli investimenti del Sol Levante in Italia nelle smart cities. I timori per la violazione della privacy, tra l’altro, sono diffusi. Ecco perché non può passare indifferente la notazione del documento parlamentare di Pagani e Borghi: «Il bando sembra fare solo generici riferimenti al tema della sicurezza, mentre il criterio determinante per la sua aggiudicazione sembra risiedere nel “miglior rapporto qualità-prezzo».

Le rassicurazioni del ministro dell’Interno
Al question time, il ministro Lamorgese ha ricordato come «i profili attinenti alla sicurezza e all’affidabilità relativa alla figura dell’operatore affidatario siano presidiati dalle vigenti disposizioni in materia di sicurezza cibernetica nonché dall’applicazione dei poteri speciali, la cosiddetta golden power, estesi dal 2019 anche agli atti e contratti relativi al 5G». Inoltre «il decreto legge 105 del 2019 ha introdotto un’articolata procedura di screening tecnologico volta a certificare il rispetto di specifici criteri di sicurezza per le forniture di beni Ict e destinata a supportare le funzioni e i servizi essenziali per la sicurezza della Repubblica. Tale procedura - ha aggiunto - è riferita anche alle acquisizioni del ministero dell’Interno, in quanto rientrante tra le amministrazioni centrali incluse nel perimetro di sicurezza nazionale cibernetica». Così «è previsto che la suddetta procedura di screening venga espletata da un apposito centro di valutazione operante presso il Viminale».

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L’allarme delle forze di polizia

Non va dimenticato che già due anni fa i reparti investigativi delle forze di polizia e i servizi di informazione e sicurezza aprirono un tavolo di confronto e discussione sul rischio 5G. Proprio perchè l’inesorabile evoluzione della tecnologia avrebbe fatto confluire le loro attività investigative, di intercettazione in particolare, dentro sistemi considerati vulnerabili, preda potenziale di soggetti ostili, forieri di possibili aggressioni. La discussione si è concentrata in un tavolo alla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo guidata da Federico Cafiero De Raho. I dossier di Aisi e Aise al Copasir hanno poi fatto scaturire il documento ufficiale del comitato.

La prospettiva della cyber

I dossier della minaccia, ma anche della «resilienza del nostro Paese» all’attività cyber come sottolinea l’autorità delegata all’intelligence, Franco Gabrielli, sono in fase di continua elaborazione. Presto ci saranno novità. Fa notare Stefano Mele, partner dello studio legale internazionale Gianni & Origoni e responsabile del Dipartimento di cybersecurity law: «Il tema dell’individuazione dei livelli di cybersecurity presenti all’interno delle tecnologie, delle reti e dei servizi Ict da impiegare nei settori più critici del nostro governo e dell’industria italiana, non può più essere relegato a un generico e astratto richiamo nei contratti e nei bandi di gara. Né, tantomeno, la loro fornitura può più basarsi su gare aggiudicabili esclusivamente attraverso il principio del minor costo, come purtroppo ancora oggi avviene nella quasi totalità dei casi». Secondo Mele «non resta che premere sull’acceleratore per la creazione dell’agenzia per la cybersicurezza nazionale chiesta dal sottosegretario Gabrielli. Offrendosi come punto unico e centrale, l’agenzia potrà fare della soluzione di questo problema uno dei primi punti della propria agenda».

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